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IL DIARIO · 2026-04-22

Quando il Thinking Design entra nel laboratorio di matematica

Quando il Thinking Design entra nel laboratorio di matematica

Quando si sente parlare di laboratorio di matematica si pensa di solito al laboratorio di informatica dove si svolge qualche attività al pc, con software come excell, Geogebra o Wolfram Alpha. Il laboratorio di matematica in realtà non è uno spazio fisico ma mentale. E in questo articolo proverò a fornire un esempio, non esaustivo, di questo tipo di laboratorio. Immergiamoci pertanto in una classe durante una lezione di matematica. Alla lavagna compare un problema apparentemente semplice:

"Dato un triangolo rettangolo con cateti di 3 cm e 4 cm, determinare l’area del cerchio inscritto."

Molti studenti, abituati alla matematica, e spesso anche alla geometria, come sequenza di procedure da applicare, si aspettano immediatamente di poter applicare una formula. Alcuni cercheranno tra i ricordi delle lezioni precedenti. Altri proveranno a sviluppare calcoli. Qualcuno si bloccherà.

Ma cosa succede se, invece di chiedere subito la soluzione, l’insegnante cambia completamente la prospettiva?

E se questo problema diventasse l’occasione per applicare il Design Thinking alla matematica?

Pensare come designer… anche in matematica

Il Design Thinking nasce nel mondo del design e dell’innovazione per affrontare problemi complessi attraverso esplorazione, collaborazione e sperimentazione. Non si parte dalla risposta, ma dal processo di comprensione del problema e dalla generazione di idee e associazioni.

Applicato alla matematica, questo approccio trasforma la lezione: lo studente non è più un esecutore di procedure, ma un ricercatore che esplora uno spazio di possibilità. La matematica diventa così un laboratorio di pensiero.

La fase di esplorazione: il brainstorming matematico

Prima ancora di iniziare i calcoli, ogni studente riceve un foglio diviso in quattro sezioni. Non si chiede di risolvere il problema, ma di "pensarlo".

Le quattro domande guidano l’esplorazione:

"Cosa conosco?"
"Cosa posso conoscere?"
"Cosa non conosco ancora?"
"Come posso modificare la figura?"

Al centro del foglio compare una piccola circonferenza con una domanda insolita per una lezione di matematica:

"Come mi sento?"

Questo semplice gesto introduce una dimensione spesso ignorata nell’apprendimento matematico: "l’emozione davanti al problema". Confusione, curiosità, frustrazione, entusiasmo. Riconoscere queste emozioni significa rendere consapevole il processo cognitivo.

Gli studenti iniziano a scrivere.

Nel primo quadrante emergono i dati evidenti:

  • triangolo rettangolo
  • cateti di 3 e 4 cm
  • presenza di un cerchio inscritto

Nel secondo compaiono possibilità:

  • si può trovare l’ipotenusa
  • si può calcolare l’area del triangolo

Nel terzo spazio prende forma l’incertezza:

  • il raggio del cerchio è ancora sconosciuto
  • non è chiaro come collegare triangolo e circonferenza

Nel quarto quadrante inizia la vera esplorazione geometrica:

  • disegnare la figura
  • evidenziare i punti di tangenza
  • tracciare nuovi segmenti
  • scomporre il triangolo

Il problema non è ancora risolto, ma "lo spazio del problema è stato aperto". Ed è qui che inizia il vero pensiero matematico.

Dall’intuizione individuale alla costruzione collettiva

Dopo alcuni minuti di riflessione individuale, gli studenti lavorano in piccoli gruppi. Confrontano le idee emerse, discutono strategie diverse, provano a costruire un percorso condiviso. Questo momento è cruciale. La matematica smette di essere un’attività solitaria e diventa "una costruzione collettiva di significato". Alcuni studenti ricordano che il triangolo con cateti 3 e 4 è un caso particolare: l’ipotenusa misura 5. Altri suggeriscono di calcolare l’area del triangolo. Qualcuno ipotizza una relazione tra area del triangolo e raggio del cerchio inscritto. Il gruppo inizia a strutturare il ragionamento.

La scoperta matematica emergente dal laboratorio

Il primo passo è riconoscere la struttura del triangolo.

c=(32+42)\sqrt( 3^2+4^2)

L’ipotenusa misura 5 cm.

L’area del triangolo si ottiene facilmente: A=bh/2

Con i cateti 3 e 4, l’area è 6 cm².

A questo punto, a seconda del metodo scelto, di solito non univoco nella tipologia di problemi scelti per questo tipo di attività, si determina il raggio della circonferenza inscritta e il risultato finale è sorprendentemente semplice: l’area del cerchio è π cm².

Il confronto con l’intelligenza artificiale

A questo punto entra in gioco uno strumento nuovo: l’intelligenza artificiale. Si chiede agli studenti di interrogare l'AI, magari anche diversi chatbot per confrontare le risposte fornite. La soluzione proposta dall’IA viene confrontata con i percorsi costruiti dagli studenti, non per sostituire il loro lavoro, ma per analizzarlo criticamente.

La domanda non è più “qual è la risposta?”, ma:

  • abbiamo seguito lo stesso ragionamento?
  • esiste una strategia più elegante?
  • cosa possiamo imparare da questo confronto?

L’IA diventa così "uno specchio del pensiero matematico", aiutando ad attivare la metariflessione.

Quando il laboratorio di matematica diventa esperienza

Questa semplice attività mostra come il Design Thinking possa trasformare la didattica della matematica. Gli studenti non ricevono solo una procedura, ma attraversano un processo:

  1. esplorano il problema
  2. formulano ipotesi
  3. collaborano
  4. costruiscono una strategia
  5. riflettono sul percorso

La matematica torna ad essere ciò che è sempre stata nella sua forma più autentica: un’avventura intellettuale.

Progettare il pensiero attraverso il laboratorio di matematica

Applicare il Design Thinking alla matematica non significa semplificare la disciplina, ma restituirle la sua natura più profonda. Il matematico, come il designer, affronta l’ignoto. Osserva, esplora, prova, sbaglia, riformula. Quando gli studenti imparano a fare lo stesso, la matematica cambia volto. Non è più una sequenza di formule da memorizzare, ma uno spazio in cui "il pensiero prende forma". E forse è proprio questo il vero obiettivo dell’insegnamento: non trasmettere soltanto risposte, ma insegnare a progettare le domande. Passare dal problem solving al problem posing è probabilmente una priorità nel periodo storico che stiamo attraversando.

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